Alla ricerca di uno stile di vita ecosostenibile: consumi, sviluppo e impronta ecologica
Il Programma per la tutela dell’ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per Educazione, Scienza e Cultura (UNESCO), hanno pubblicato una nuova edizione aggiornata del manuale “YouthXchange“. La guida vuole trasmettere ai giovani una serie di informazioni e consigli da seguire per cambiare le proprie abitudini, adottando comportamenti proiettati verso un maggior rispetto dell’ambiente ed un consumo sostenibile.
Che cosa significa esattamente per noi – come individui – “sostenibilità”? Che cosa dobbiamo fare per diventare più responsabili? Abbiamo bisogno di comportarci tutti allo stesso modo? Che cosa dovremmo fare innanzitutto, salvaguardare l’ambiente o sconfiggere la povertà? Cos’è più importante, la nostra salute o quella della Terra? Come usano dire i nostri nonni, le domande difficili non hanno mai risposte facili…
Se perseveriamo nei nostri modelli di consumo, il futuro non sarà brillante. Attualmente, le stime mostrano che ogni anno il nostro pianeta sta perdendo un’area di terreno fertile pari alla dimensione dell’Irlanda, come conseguenza del sovra-pascolo e della deforestazione. Più danneggiamo l’ambiente, più mettiamo a rischio noi stessi e le generazioni future. La salute del pianeta è la nostra salute. Ogni giorno si estinguono decine di specie animali e vegetali. Quante in una settimana, in un mese, in un anno? Gli scienziati sostengono che nelle piante risiede la chiave per la scoperta di rimedi a molte malattie. Di conseguenza la perdita di una singola specie, non solo è causa di danni irreparabili all’ecosistema, ma rappresenta un’occasione persa per il nostro sviluppo futuro.
L’impronta ecologica media di ciascun abitante del pianeta è di 2,3 ettari (1 ettaro equivale alle dimensioni di un campo da calcio). Un cittadino italiano occupa una superficie pari a 8 campi di calcio, un cittadino americano arriva a ‘invadere’ 18 campi di calcio, al contrario di un cittadino eritreo che occupa solamente 0,35 ha, metà campo di calcio. Questi dati rendono evidente come la distribuzione del consumo non sia equilibrata. Verso nuovi stili di vita “I consumatori sono sempre più interessati al ‘mondo che sta dietro’ al prodotto che acquistano. A parte il prezzo e la qualità, vogliono sapere come e quando e da chi è stata prodotta la merce.” (Klaus Töpfer, Direttore generale UNEP).
L’impronta ecologica misura l’impatto umano sulla natura, ovvero la superficie necessaria per produrre un bene, per utilizzarlo e per smaltirlo. In altre parole, definisce la quantità di risorse naturali (espressa in ettari/pro capite/anno) che utilizziamo. Circa 1/4 del nostro pianeta può essere considerato produttivo: dunque ogni abitante della Terra può contare su 1,8 ha di territorio bioproduttivo e su questo dobbiamo fare i conti. Invece il tenore dei consumi è molto più alto. Abbiamo bisogno di un anno e tre mesi per rigenerare quello che abbiamo consumato in un anno. Se usassimo solo le produzioni ‘in eccesso’ (in pratica, l’interesse) potremmo parlare di sviluppo sostenibile, invece, con la pesca intensiva, l’aumento delle emissioni, il taglio delle foreste, noi intacchiamo il capitale naturale. È come se riscaldassimo la nostra casa bruciando i mobili! Nel mondo, il 20% della popolazione più ricca consuma circa il 75% delle risorse naturali del pianeta. Gli Stati Uniti rappresentano il 6% della popolazione del pianeta, ma consumano ben il 30% delle sue risorse. Il patrimonio dei 225 individui più ricchi del mondo equivale al reddito annuo della fascia più bassa, rappresentata dal 47% della popolazione mondiale, ovvero oltre 2,5 miliardi di persone. A proposito di distribuzione, molte persone pensano che il pianeta non stia producendo abbastanza per sfamare tutta la sua popolazione. Invece la distribuzione iniqua è la ragione principale per cui oggi al mondo esistono ancora 800 milioni di persone sottoalimentate.
A proposito di sprechi, uno studio recente del governo statunitense ha rilevato che oltre 1⁄4 del cibo prodotto in America non viene mangiato. E in Europa le cose non vanno molto meglio: in Italia, per esempio, 80.600 tonnellate di cibo ancora commestibile (per un valore di circa 240 milioni di euro) viene scartato ogni anno dai circa 520 ipermercati sparsi per il territorio. Un altro dato sorprendente: il 63% dei rifiuti di questo cibo è ancora utilizzabile per l’alimentazione umana, il 32% per quella animale; solo il 5% è rifiuto vero e proprio. I fatti sottolineano, dunque, come il Consumo Sostenibile non riguardi solo la salvaguardia dell’ambiente, ma sia un concetto volto a promuovere una qualità di vita dignitosa per ciascuno di noi.
Fonte: Unep
E’ da poco partito il nuovo progetto pluriennale di riforestazione di BIOFOREST, coordinato e diretto da Richard S. Odingo, denominato Operazione “Got Owaga”, nella Nyando Valley, Nyanza in Kenya. La zona che verrà riforestata si trova nella fascia dedicata alla coltivazione della canna da zucchero, la cui diffusione è stata la prima causa di deforestazione. Successivamente, ad aggravare la situazione sono intervenuti l’aumento del numero degli abitanti, richiamati dalle opportunità di lavoro, e la richiesta di legna per produrre energia proveniente dagli zuccherifici e dalla fabbrica di calce che sorgono nell’area. Un destino non molto diverso da quello che ha colpito altre zone del Kenya: a causa della deforestazione incontrollata, oggi la superficie di foresta è pari all’1,3% (nel 1963, al momento dell’indipendenza del Paese, era il 3%). La situazione è ancor più grave se si considera che tutte le zone di foresta si trovano lungo i bacini idrografici dei principali fiumi del Paese. Tra le zone più colpite la Foresta di Mau, serbatoio idrico e fonte idrografica per alcuni fiumi del Kenya occidentale, come il Mara e il Sondu-Miriu.
Il progetto, appena decollato, si svilupperà nella sua prima fase, su un appezzamento iniziale di tre ettari con la predisposizione di una piantagione dimostrativa sperimentale per individuare le specie più idonee da piantare e i necessari trattamenti selvicolturali da attuare. In attesa delle piogge di novembre, il terreno sarà recintato, esaminato, ripulito e poi piantumato con varie essenze arboree, prevalentemente autoctone, realizzando anche un vivaio sperimentale. Purtroppo quest’anno le principali piogge non si sono ancora materializzate nella zona interessata dalla riforestazione, ma normalmente questa viene sufficientemente bagnata (la media delle piogge è di 1000-1250 mm annua) per poter preparare tutto in modo che la piantumazione possa aver luogo già a novembre. Le piantine iniziali per realizzare una piantagione dimostrativa durante il breve periodo delle piogge in settembre – novembre 2009, saranno fornite dai vivai dell’Istituto di Ricerche Forestali del Kenya a Londiani e Maseno. In futuro il progetto prevede la realizzazione di propri vivai in loco gestiti dalle comunità della zona, in modo che la disponibilità locale di piantine permetta la partecipazione di più agricoltori alle operazioni di riforestazione.
A vantaggio del progetto gioca il fatto che negli ultimi anni il governo ha adottato una politica che incoraggia la piantumazione di alberi sugli appezzamenti piccoli e sui grandi fondi dei contadini, pertanto si può sperare in un sostegno anche da parte dello Stato.
Questo nella convinzione che solo programmi di riforestazione che coinvolgono tutta la comunità, per fornire il fabbisogno di legno per usi domestici, potranno alleviare la grave situazione attuale. Il legno in esubero sarà venduto dalle comunità a fabbriche e istituzioni per generare introiti.

La distruzione delle foreste pluviali, che prosegue a ritmi impressionanti, sembra non appassionare più i nostri media e “non fare notizia”. Eppure da questi polmoni verdi, sempre più piccoli, dipende il destino del Pianeta e dei suoi abitanti. Senza foreste pluviali, scarseggiano l’ossigeno e l’umidità, s’innalza la temperatura terrestre, si sciolgono i ghiacciai, avanza il deserto, si provocano disastri ambientali e gravi perdite della biodiversità.
Le foreste pluviali più vicine a noi Europei, e che quindi la cui distruzione maggiormente minaccia la stabilità climatica del nostro continente, sono quelle africane del Gabon, del Congo, del Camerun e dello Zaire Centro-Africa. Queste foreste sono sfruttate senza controllo, e con esse le popolazioni locali. Foreste sradicate, che scompaiono completamente per produrre parquet, mobili e lastre di compensato per le case europee.
Ma concentriamoci un attimo sulle foreste pluviali del Camerun. Forse non tutti sanno che il Camerun è situato al confine tra Africa occidentale e centrale e ha tutto quello che si potrebbe desiderare, infatti, è chiamato “l’Africa in miniatura”. Questa definizione trova riscontro dal fatto che il suo territorio presenta variegate caratteristiche climatiche e paesaggistiche; a sud-ovest è bagnato dall’oceano atlantico e presenta circa 12 km di spiagge bianchissime, rilassanti località balneari. A nord, affioramenti rocciosi, colline terrazzate e piccoli villaggi fiabeschi; il clima secco della savana e l’importante parco nazionale di Wasa, splendido per l’osservazione della fauna selvatica, offrono numerose opportunità di escursioni e safari. A sud il clima è equatoriale e tropicale con lussureggianti foreste pluviali, piantagioni di frutti tropicali e fiori esotici. Grazie alla presenza di diverse popolazioni indigene, circa 250 gruppi etno-linguistici che convivono pacificamente, ognuno con le proprie tradizioni, usanze e piatti tipici, il Camerun è culturalmente uno dei paesi più ricchi ed eterogenei dell’intero continente. A coronare il tutto vi sono una vivace tradizione artistica e musicale, un complesso sistema di antichi regni tribali e la magnifica ospitalità camerunese.
Un vero paradiso terrestre oggetto di continui atti di deforestazione illegale, e che per questo rischia di scomparire per sempre. Tra i responsabili, anche due imprese italiane, il Gruppo SEFAC (Vasto Legno) e il Gruppo FIPCAM (Bruno spa), secondo quanto emerge da una tornata d’ispezioni forestali effettuate tra il maggio e l’ottobre 2009.
L’ente di verifica della legalità del settore forestale in Camerun, il Resource Extraction Monitoring (REM), ha pubblicato la relazione finale del lavoro di monitoraggio, rivelando che la SEFAC (Sociétéd’Exploitations Forestières et Agricoles du Cameroun) avrebbe presentato una dichiarazione fraudolenta dei volumi di legname abbattuto, allo scopo di evitare il relativo pagamento delle tasse. Coinvolti in azioni di taglio illegale nei distretti di Mbam e Inoubou anche le concessioni dell’italiana FIPCAM e della vicina SOFICOM. La FIPCAM (FIP del Camerun), che assieme alla Fip della Costa d’Avorio fa riferimento alla Bruno Pavimenti in Legno, è accusata di furto di alberi a famiglie dei vicini villaggi. Non si tratta di una novità: già nel 2007 Friends of the Earth aveva accusato l’impresa di deforestazione illegale e di furto di alberi dalle foreste della municipalità dei villaggi, accuse poi confermate dall’ente di monotoraggio.
L’Italia, importa annualmente circa 19 milioni di tonnellate di legno e derivati (fonte: rapporto ISPRA) ). Il coinvolgimento d’imprese a capitale italiano nell’illegalità forestale, rilevato negli ultimi due anni dalle associazioni ambientaliste, sottolinea la responsabilità italiana nella deforestazione in Africa.
Fonti e approfondimenti:
http://www.observation-cameroun.info/documents/OI_Rapport_088.pdf
http://www.observation-cameroun.info/documents/OI_Rapport_091.pdf
http://www.salvaleforeste.it
Riprendono i lavori di ripristino naturalistico nell’area Risorgive del Vinchiaruzzo, Cordenons
Niente di meglio un po’ di sano esercizio all’aria aperta dopo le vacanze, tanto meglio se si tratta di contribuire alla preservazione dell’ambiente naturale in cui viviamo!
Bioforest ha avviato il Progetto Risorgive del Vinchiaruzzo con l’acquisizione dell’area umida nella zona di Cordenons (Pn), gestita dall’Associazione Naturalistica Cordenonese. Quest’area richiede l’impegno di chiunque voglia contribuire a valorizzare e rendere più fruibile il patrimonio naturalistico delle Risorgive.
Per chi fosse interessato a collaborare, si richiede una conferma telefonica per programmare l’attività. I lavori verranno eseguiti, prima del risveglio vegetativo, come da calendario che si riporta. Ritrovo presso l’edicola di Piazza della Vittoria a Cordenons (Pn) alle ore 14.00 e termine previsto per le ore 17.00. Necessari stivali, guanti e tanto entusiasmo!
CALENDARIO LAVORI:
domenica 10 gennaio
sabato 16 gennaio
domenica 24 gennaio
sabato 30 gennaio
domenica 7 febbraio
sabato 13 febbraio
Per informazioni/collaborare ai lavori contattaci pure
Tree O’Clock è scoccato! Decine di migliaia di nuovi alberi sono stati piantumati e anche Valcuicne ha fatto la sua parte. Maggiori informazioni su Tree o’clock. Guarda tutte le immagini su flickr.
In vista dell’incontro a Copenhagen il Dalai Lama rivolge il suo messaggio sulla salvaguardia ambientale
Durante la sua ultima visita a Sydney, il Dalai Lama ha espresso il suo parere sui cambiamenti climatici, esprimendo un importante messaggio a tutto il mondo. In vista dell’incontro a Copenhagen sul clima, iniziato oggi fino al 18 dicembre in cui per fissare i nuovi termini per la riduzione dei gas serra in sostituzione del protocollo di Kyoto adottato in Giappone l’11 dicembre 1997, entrato in vigore il 16 febbraio 2005 e ratificato da 184 paesi, il Dalai Lama ha lanciato il suo appello affinchè l’attenzione di chi governa per abbia come priorità la problematica ambientale e i cambiamenti climatici, piuttosto che la politica interna o l’economia e i profitti, e si concentri su una problematica comune all’intera umanità.
“Taking care of the environment … (is now) part of my life. Taking care of the environment should be part of our daily life.”
Il discorso del Dalai Lama, ricco di esempi di vita, ha posto l’attenzione sul risparmio energetico nella vita privata, sostenendo l’importanza di uno stile di vita semplice volto alla conservazione delle risorse.
Siete invitati alla Presentazione del libro di Mauro Caldana “I magredi raccontati ai bambini“, che si terrà Venerdì 11 dicembre 2009 ore 20.45, presso il Centro Culturale Aldo Moro Cordenons (PN).
Presenteranno il libro:
Mauro Caldana, Autore
Gabriele Centazzo, Moderatore della serata
Carlo Mucignat, Sindaco di Cordenons
Alberto Fenos, Assessore alla Cultura
Fin dall’infanzia Mauro Caldana, di professione infermiere, ha sentito vivo interesse per il mondo della natura. A metà degli anni Ottanta, il ritrovamento di un nido di albanella dentro ad un campo d’orzo, l’azione intrapresa per salvarlo dalla mietitrebbiatrice e la conseguente conoscenza di ornitologi professionisti, gli ha aperto la strada della ricerca.
Da allora collabora alla raccolta di dati e documenti sugli uccelli del nostro territorio, attività allargata anche ad altre materie naturalistiche. Nel 1986, durante un’escursione alpina, lungo un sentiero delle prealpi pordenonesi rimase incantato dal volo di due grandi rapaci: non immaginava che fossero aquile! Da allora ha abbandonato le sgargianti vesti dell’escursionista alpino per vestire quelle mimetiche dell’escursionista naturalista. Per oltre dieci anni, durante le sempre più frequenti escursioni, l’aquila reale è stata il motivo principale delle sue uscite. Dopo è arrivato l’interesse per il biancone, le albanelle, il pellegrino, gli occhioni, le orme fossili di dinosauro… Negli anni Novanta ha collaborato con il Parco Naturale Dolomiti Friulane nella creazione e nella gestione dell’Area Avifaunistica del Comune di Andreis. Per quindici anni, fino al 2006, è stato il referente provinciale per la gestione dell’avifauna selvatica ferita.
È socio fondatore dell’Associazione Naturalistica Cordenonese, di cui attualmente è presidente.
Ecco una parte della prefazione del libro “I magredi raccontati ai bambini”:
Penàciu (pennacchio) nasce da un’esperienza di volontariato nel laboratorio didattico-naturalistico l’”Occhione” gestito dall’Associazione Naturalistica Cordenonese nella Scuola Media “L. Da Vinci” di Cordenons. Il laboratorio è un’aula attrezzata con documenti originali destinati alla conoscenza del territorio naturale locale ed è rivolto agli alunni delle scuole dell’obbligo. È stato dedicato ad un pennuto (Burhinus oedicnemus) tipico degli alvei ghiaiosi asciutti dei fiumi friulani Cellina e Meduna e della vicina prateria arida, da dove si è notevolmente rarefatto. Una volta, la natura intorno a casa era la compagna più frequente del tempo libero di molti bambini, oggi adulti. Con essa siamo cresciuti attraverso mille esperienze. Ti metteva davanti incognite stimolanti, a cui dovevi trovare delle risposte. Imparavi a sfatare false credenze consolidate: non tutte le serpi sono vipere; non tutti gli insetti a bande gialle e nere sono vespe; negli uccelli non sono sempre i becchi gli strumenti di difesa più pericolosi; i serpenti non sono viscidi, ma lisci e molli, mentre sono viscidi gli anfibi ed i pesci… Frequentando Madre Natura s’imparava a conoscerla e ad apprezzarla! Oggi mancano alcune esperienze dirette. In quasi tutte le scuole, l’idea di uscire all’aperto è una esperienza sporadica: programmazione anticipata obbligatoria, cartellini identificativi, comunicazione ai genitori, costi del pullman, timore per zecche e zanzare, contributi limitati, responsabilità per la maestra, bambini imprevedibili ed agitati… Oggigiorno, i bambini sono molto impegnati in attività opportune per la nostra società competitiva. C’è l’allenamento di calcio, quello di nuoto, la lezione di musica, l’ora di danza… Non c’è tempo per “perdersi” tra rane e rospi!
Agli insegnanti ed agli alunni è rivolta la fantastica storia di Penàciu, con la speranza che la sua semplicità possa giovare
nell’importante scopo di cercare e conoscere Madre Natura, soprattutto quella intorno a casa e di tenere sempre accesi
e orientati i “tesori dell’infinito”.
Il messaggio di Penàciu della prateria nasce proprio dall’attività di naturalista volontario svolta da Mauro Caldana nella scuola, a contatto con i bambini di oggi, nel complesso e impegnativo mondo della scuola primaria.
Il Nobel Richard S. Odingo era a Pordenone giovedì 19 novembre, prima di raggiungere il vertice di Copenhagen sul clima, per ritirare il finanziamento e per intervenire all’incontro di stasera presso la sede del Comune “L’EMERGENZA CLIMA E LA GREEN ECONOMY.
E’ stato sancito giovedì 19 novembre, durante la conferenza stampa nella sede di BIOFOREST Onlus presso Valcucine S.p.A. a Pordenone, l’impegno dell’associazione nata 11 anni fa per volontà di un gruppo di imprenditori (tra questi Valcucine ed Electolux), orientati verso un nuovo modello di sviluppo basato sulla compatibilità tra industria e ambiente, per avviare un progetto di riforestazione in Kenya. Interlocutore di BIOFOREST per tale progetto, denominato Operazione “Got Owaga”, non un personaggio qualsiasi: si tratta di Richard Samson Odingo, docente universitario kenyano, annoverato tra i decani dei climatologi africani e vicepresidente dell’IPCC (Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite) fino al 2008, Nobel 2007 per l’ambiente ex aequo con Al Gore. Odingo ha il grosso merito di aver saputo dare un importante contributo alla comprensione dei cambiamenti climatici in corso, lanciando un forte appello alle Nazioni del mondo affinché prendano con urgenza le necessarie decisioni e misure per vincere la febbre del pianeta e mettere in moto quei grandi cambiamenti che il genere umano e la società moderna sono capaci di generare nei momenti di crisi, in modo da ripartire verso uno sviluppo sostenibile, sano e duraturo con una Green Economy.
Perché il Kenya e l’Operazione “Got Owaga”? Perché a causa della deforestazione incontrollata, oggi la superficie di foresta nel Paese è pari all’1,3% (nel 1963, al momento dell’indipendenza del Paese, era il 3%). La situazione è ancor più grave se si considera che tutte le zone di foresta si trovano lungo i bacini idrografici dei principali fiumi del Paese. Tra le zone più colpite la Foresta di Mau, serbatoio idrico e fonte idrografica per alcuni fiumi del Kenya occidentale, come il Mara e il Sondu-Miriu. Il progetto che BIOFOREST ha deciso di sostenere (dopo altri in Amazzonia, Ecuador ed anche in provincia di Pordenone) con un finanziamento iniziale di 10.000 euro e l’impegno a donare maggiori risorse finanziarie negli anni successivi, coordinato e diretto da Odingo, è pluriennale e trova collocazione nella Nyando Valley, Nyanza in Kenya. La zona che verrà riforestata si trova nella fascia dedicata alla coltivazione della canna da zucchero, la cui diffusione è stata la prima causa di deforestazione; successivamente, ad aggravare la situazione sono intervenuti l’aumento del numero degli abitanti, richiamati dalle opportunità di lavoro, e la richiesta di legna per produrre energia proveniente dagli zuccherifici e dalla fabbrica di calce che sorgono nell’area. Il progetto, decollato a settembre, si svilupperà nella sua prima fase, su un appezzamento di tre ettari con la predisposizione di una piantagione dimostrativa sperimentale per individuare le specie più idonee da piantare e i necessari trattamenti selvicolturali da attuare. Questo nella convinzione che solo programmi di riforestazione che coinvolgono tutta la comunità, per fornire il fabbisogno di legno per usi domestici, potranno alleviare la grave situazione attuale. Il legno in esubero sarà venduto dalle comunità a fabbriche e istituzioni per generare introiti.
Nel corso della conferenza stampa è stato inoltre presentato l’incontro a Pordenone presso la Sala del Consiglio Comunale del Municipio dal titolo “L’EMERGENZA CLIMA E LA GREEN ECONOMY. Rifacendosi a recenti studi dell’IPCC, Odingo ha tracciato un parallelismo tra cambiamenti climatici causati dal riscaldamento globale e sviluppo economico globale, sottolineando come i primi minaccino seriamente il secondo. “È evidente – ha ammonito il climatologo – che, oltre agli sconvolgimenti all’economia globale causati dai cambiamenti climatici, la maggior parte delle nazioni dovrà supportare altri disastri naturali che avranno un effetto destabilizzante sull’economia. Il messaggio è chiaro. Dobbiamo prestare attenzione alle questioni ambientali che hanno impatto sull’economia globale, e rispondere adeguatamente, e in tempo, prima che il danno all’economia globale diventi irreparabile”. Ed ha aggiunto: “Le nazioni del mondo avranno un’occasione per dimostrare la loro lungimiranza al Summit Mondiale sull’Ambiente organizzato dall’ONU a Copenhagen, durante il quale dovranno discutere la nuova architettura necessaria per tenere a bada i cambiamenti climatici dopo il 2012, quando il protocollo di Kyoto scadrà. Un mancato accordo a Copenhagen indubbiamente porterà danno all’economia globale. E, visto il modo in cui il gruppo delle venti nazioni leader nel mondo ha risposto alla crisi economica globale, è deludente riscontrare che non abbia affrontato la minaccia posta dai cambiamenti climatici con lo stesso slancio. Con un accordo nel lontano 1992 i paesi sviluppati s’impegnarono a ridurre la loro parte di emissioni di gas serra, per salvare il pianeta. Staremo a vedere se lo faranno o no.” Un’ultima considerazione Odingo l’ha dedicata all’Africa: “L’Africa è stata dichiarata il continente più vulnerabile ai cambiamenti climatici, e l’Europa si troverà ad affrontare i problemi dell’Africa man mano che l’onere dei rifugiati ambientali si intensificherà. La maggior parte delle nazioni situate nell’Europa meridionale, come l’Italia, dovranno trovare soluzioni, volenti o nolenti, per gestire i flussi di emigranti provenienti dall’Africa causati dei mutamenti climatici”.
Le riserve naturali di anidride carbonica presenti nel terreno e negli oceani non riescono più a compensare le emissioni del principale gas serra prodotte dalle attività umane. Se in tanti lo prevedevano, adesso per la prima volta una ricerca internazionale lo dimostra e pubblica i dati che testimoniano la rottura dell’equilibrio.
La ricerca, condotta da 31 ricercatori di 7 Paesi (Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti, Francia, Brasile, Norvegia e Olanda), è nell’edizione online della rivista Nature Geoscience. E’ stata condotta nell’ambito del Global Carbon Project, l’organizzazione fondata nel 2001 per quantificare le emissioni globali di CO2 e individuarne le cause. I dati escono a meno di un mese dalla conferenza internazionale sul clima e contengono la risposta ad una delle domande più urgenti sul tavolo delle trattative: poter misurare se e quanto i serbatoi naturali sono ancora in grado di catturare e compensare le emissioni di CO2.
- RESPIRO PIU’ ‘CORTO’: lo studio dimostra che negli ultimi 50 anni la media delle emissioni di CO2 rimasta nell’atmosfera ogni anno è stata pari all 43%, mentre il resto è stato assorbito dalle riserve naturali di CO2 nel terreno e negli oceani. In particolare, dal 1959 al 2008 la frazione rimasta nell’atmosfera é aumentata dal 40% al 45%: segno, rilevano gli autori dello studio, di una perdita di efficienza delle riserve naturali. “E’ la prima evidenza – osservano – di come le riserve naturali stiano rispondendo ai cambiamenti climatici. Secondo i ricercatori, coordinati da Corinne Le Quere, dell’università britannica dell’East Anglia, la capacità della biosfera di catturare la CO2 rilasciata nell’atmosfera potrebbe essere cruciale per stabilizzare la situazione.
- PIU’ EMISSIONI, NONOSTANTE LA CRISI: le emissioni di combustibili fossili sono aumentate del 41% fra il 1990 e il 2008. Fra il 2000 e il 2008 l’aumento è stato del 29%. e non ha fatto eccezione il 2008, quando nonostante la crisi economica globale le emissioni sono complessivamente aumentate del 2%. Per il 2009 si prevede un ritorno ai livelli del 2007 e poi una nuova crescita nel 2010.
- SEMPRE PIU’ CARBONE: l’uso del carbone ha superato quello del petrolio e attualmente i Paesi in via di sviluppo emettono più gas serra rispetto ai Paesi industrializzati. In particolare le emissioni da parte di Cina e India si sono più che raddoppiate dal 1959. Complessivamente le emissioni di CO2 da combustibili fossili sono aumentate in media del 3,4% l’anno fra il 2000 e il 2008, contro l’1% annuale degli anni ‘90. La coordinatrice dello studio, Corinne Le Quere, dell’università britannica dell’East Anglia, non ha dubbi sul fatto che “l’unico modo per controllare i cambiamenti climatici è una drastica riduzione nelle emissioni globali di CO2″.
Via: Ansa.it

















