Sono brutti, ma hanno comunque il diritto di essere salvati


Oggi segnaliamo un articolo molto interessante, che parla del fatto che molto spesso le specie animali di aspetto poco gradevole agli occhi dell’uomo, vengono da questo ignorate benché a rischio di estinzione.
Noi di Bioforest sosteniamo questa causa; nelle foreste che tuteliamo vengono protette tutte le specie animali e vegetali. Per vedere quali specie proteggiamo e abbiamo scoperto nelle foreste di Otonga, visita la nostra pagina su flickr.

Nasikabatrachus sahyadrensis

Esemplare di Nasikabatrachus sahyadrensis

Riportiamo qui di seguito alcuni frammenti dell’articolo pubblicato da Cristina Nadotti su ‘La Repubblica’.

“Si fa presto a fondare un’associazione per salvare il rinoceronte, con quei cuccioli dagli occhi imploranti, o la balena, che ci incanta con le sue evoluzioni fuori dall’acqua. Ma quanti sono disposti a impegnarsi perché non si estingua un essere repellente come il necroforo americano, un coleottero che usa le carcasse di animali come nido in cui allevare i piccoli? Il bello è che nelle liste di specie minacciate dall’estinzione non ci sono solo lupi dagli occhi magnetici, tigri dal portamento maestoso e cetacei dall’intelligenza quasi umana, ma anche uccelli dai bargigli schifosi, vermi striscianti e rettili pericolosi. E i brutti hanno ottenuto fino a oggi meno attenzione e meno soldi, ma le cose, osservano gli esperti, stanno cambiando… Altre volte a salvare una specie non è stata la bellezza, ma la bontà delle sue carni e il suo valore economico, come nel caso dei salmoni, che hanno ottenuto negli Stati Uniti più finanziamenti per programmi di salvaguardia di altre 956 specie messe tutte insieme…Gli addetti ai lavori assicurano che al momento i fondi vengono distribuiti tenendo conto del maggior rischio di estinzione di alcune specie. Nonostante ciò, al top della lista di quelli che ricevono più fondi ci sono i belli e commestibili, come salmoni, trote, tartarughe marine, aquile, orsi, un solo insetto e nessuna pianta.”
L’articolo fa riferimento anche alla flora: “È particolarmente indicativa la scarsa attenzione per le piante: salvare una specie vegetale significa spesso proteggerne molte altre animali, perché la scomparsa di un solo elemento nell’ecosistema interrompe un equilibrio delicato. In questo senso l’amatissimo panda è il simbolo della stretta connessione tra regno vegetale e animale: se non si salvano le foreste di bambù, non si salverà neanche chi se ne nutre.”

Rhizanthella gardneri

Esemplare di Rhizanthella gardneri

Per fortuna, questi animali, in quanto di ausilio per l’uomo nel controllare e comprendere gli effetti dei cambiamenti climatici, godono negli ultimi tempi di maggiore attenzione: “I segnali del cambiamento, per i ricercatori americani, sono piccoli, ma esistono. Il coleottero di cui si diceva all’inizio ottiene oggi tre volte tanto in finanziamenti rispetto a dieci anni fa. E spesso molluschi, vermi e invertebrati ricevono nuova attenzione grazie al timore dei disastri del cambiamento climatico: sono loro i migliori indicatori che qualcosa non va.” L’articolo così prosegue: “Non si deve sottovalutare infatti che non sono soltanto gli animali brutti ad essere negletti, ma anche i Paesi o le regioni più povere, per cui se Australia, America del Nord ed Europa possono impegnarsi per salvare le loro specie, non succede altrettanto nei Paesi poveri. In ogni caso, a livello europeo negli ultimi anni le direttive sono state quanto mai chiare: bisogna lavorare di più sulle specie a maggiore rischio, non su quelle più belle.”

Per leggere l’intero articolo, clicca qui.

Restando in argomento, vogliamo anche segnalare i risultati allarmanti di una ricerca basata sugli studi dell’Intergovernmental Panel on Climate Change relativamente al rapporto tra temperatura e adattamento ambientale.
Secondo questa ricerca, gli insetti che vivono nelle zone tropicali a temere maggiormente l’innalzamento della temperatura terrestre. Le specie tropicali presentano un livello di tolleranza pressoché rispetto alle oscillazioni climatiche e si ritiene che entro il 2100 ci sarà un aumento della temperatura di circa 5°C ai tropici e ben 38 specie di insetti tropicali scompariranno per sempre. Considerato il ruolo degli insetti nell’impollinazione, questo fatto avrà conseguenze assai negative anche sull’agricoltura.

P. Brisotto

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