Alla ricerca di uno stile di vita ecosostenibile: consumi, sviluppo e impronta ecologica


Il Programma per la tutela dell’ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per Educazione, Scienza e Cultura (UNESCO), hanno pubblicato una nuova edizione aggiornata del manuale “YouthXchange“. La guida vuole trasmettere ai giovani una serie di informazioni e consigli da seguire per cambiare le proprie abitudini, adottando comportamenti proiettati verso un maggior rispetto dell’ambiente ed un consumo sostenibile.
Che cosa significa esattamente per noi – come individui – “sostenibilità”? Che cosa dobbiamo fare per diventare più responsabili? Abbiamo bisogno di comportarci tutti allo stesso modo? Che cosa dovremmo fare innanzitutto, salvaguardare l’ambiente o sconfiggere la povertà? Cos’è più importante, la nostra salute o quella della Terra? Come usano dire i nostri nonni, le domande difficili non hanno mai risposte facili…
Se perseveriamo nei nostri modelli di consumo, il futuro non sarà brillante. Attualmente, le stime mostrano che ogni anno il nostro pianeta sta perdendo un’area di terreno fertile pari alla dimensione dell’Irlanda, come conseguenza del sovra-pascolo e della deforestazione. Più danneggiamo l’ambiente, più mettiamo a rischio noi stessi e le generazioni future. La salute del pianeta è la nostra salute. Ogni giorno si estinguono decine di specie animali e vegetali. Quante in una settimana, in un mese, in un anno? Gli scienziati sostengono che nelle piante risiede la chiave per la scoperta di rimedi a molte malattie. Di conseguenza la perdita di una singola specie, non solo è causa di danni irreparabili all’ecosistema, ma rappresenta un’occasione persa per il nostro sviluppo futuro.
L’impronta ecologica media di ciascun abitante del pianeta è di 2,3 ettari (1 ettaro equivale alle dimensioni di un campo da calcio). Un cittadino italiano occupa una superficie pari a 8 campi di calcio, un cittadino americano arriva a ‘invadere’ 18 campi di calcio, al contrario di un cittadino eritreo che occupa solamente 0,35 ha, metà campo di calcio. Questi dati rendono evidente come la distribuzione del consumo non sia equilibrata. Verso nuovi stili di vita “I consumatori sono sempre più interessati al ‘mondo che sta dietro’ al prodotto che acquistano. A parte il prezzo e la qualità, vogliono sapere come e quando e da chi è stata prodotta la merce.” (Klaus Töpfer, Direttore generale UNEP).
L’impronta ecologica misura l’impatto umano sulla natura, ovvero la superficie necessaria per produrre un bene, per utilizzarlo e per smaltirlo. In altre parole, definisce la quantità di risorse naturali (espressa in ettari/pro capite/anno) che utilizziamo. Circa 1/4 del nostro pianeta può essere considerato produttivo: dunque ogni abitante della Terra può contare su 1,8 ha di territorio bioproduttivo e su questo dobbiamo fare i conti. Invece il tenore dei consumi è molto più alto. Abbiamo bisogno di un anno e tre mesi per rigenerare quello che abbiamo consumato in un anno. Se usassimo solo le produzioni ‘in eccesso’ (in pratica, l’interesse) potremmo parlare di sviluppo sostenibile, invece, con la pesca intensiva, l’aumento delle emissioni, il taglio delle foreste, noi intacchiamo il capitale naturale. È come se riscaldassimo la nostra casa bruciando i mobili! Nel mondo, il 20% della popolazione più ricca consuma circa il 75% delle risorse naturali del pianeta. Gli Stati Uniti rappresentano il 6% della popolazione del pianeta, ma consumano ben il 30% delle sue risorse. Il patrimonio dei 225 individui più ricchi del mondo equivale al reddito annuo della fascia più bassa, rappresentata dal 47% della popolazione mondiale, ovvero oltre 2,5 miliardi di persone. A proposito di distribuzione, molte persone pensano che il pianeta non stia producendo abbastanza per sfamare tutta la sua popolazione. Invece la distribuzione iniqua è la ragione principale per cui oggi al mondo esistono ancora 800 milioni di persone sottoalimentate.
A proposito di sprechi, uno studio recente del governo statunitense ha rilevato che oltre 1⁄4 del cibo prodotto in America non viene mangiato. E in Europa le cose non vanno molto meglio: in Italia, per esempio, 80.600 tonnellate di cibo ancora commestibile (per un valore di circa 240 milioni di euro) viene scartato ogni anno dai circa 520 ipermercati sparsi per il territorio. Un altro dato sorprendente: il 63% dei rifiuti di questo cibo è ancora utilizzabile per l’alimentazione umana, il 32% per quella animale; solo il 5% è rifiuto vero e proprio. I fatti sottolineano, dunque, come il Consumo Sostenibile non riguardi solo la salvaguardia dell’ambiente, ma sia un concetto volto a promuovere una qualità di vita dignitosa per ciascuno di noi.

Fonte: Unep

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