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Cambogia: arrestate Avatar!


Circa 300 abitanti del villaggio si sono riuniti per pregare in un santuario buddista, lungo il fiume a Phnom Penh, al di fuori del Palazzo Reale. Molti di loro si erano dipinti il volto per rappresentare una versione cambogiana del film “Avatar”, racconta la battaglia per salvare la foresta dallo sfruttamento commerciale. Gli abitanti dei villaggi si sono riuniti nella capitale per informare quello che accade nelle aree rurali, dove ampi tratti di foresta vengono ceduti a imprese cambogiane ed estere.
Il Centro cambogiano per i diritti umani, una associazione locale, ha pubblicato un rapporto che mostra come almeno il cinque per cento dei terreni di tutto il paese negli ultimi quattro anni è stato conteso tra locali e imprese, e stima che 47.000 famiglie siano a rischio.
Una zona tra le più minacciate  è la foresta di Prey Lang, la più vasta della regione. Larghi tratti di questa foresta non sono protetti e di recente sono stati assegnati a piantagioni di gomma.
Oltre 100 abitanti del villaggio sono stati arrestati per dalle autorità di cambogiane per aver distribuito volantini sugli impatti delle concessioni. La polizia ha affermato che la distribuzione dei volantini avrebbe “disturbato l’ordine sociale”.
Tre associazioni cambogiane, il Centro cambogiano per i Diritti Umani (CCDU), il Community Legal Education Center (CLEC) e la Lega cambogiana per la Promozione e Difesa dei Diritti Umani (LICADHO) hanno rilasciato un comunicato stampa di protesta contro l’arresto degli abitanti dei villaggi.
Il governo cambogiano ha rilasciato all’impresa produttrice di gomma una concessione su oltre 6.000 ettari della foresta di Prey Lang. La foresta di Prey Lang si estende su 200.000 ettari, tra il Mekong e Stung Sen. Quasi metà della foresta è ancora intatta, un’incredibile rarità nel Sud-est asiatico. Tigri, elefanti asiatici, banteng, gaur, e orsi neri asiatici sono tutti ancora presenti a Prey Lang. In tutto, vi vivono tra 26 e 50 specie di mammiferi, uccelli o rettili in via di estinzione. Ma le autorità provinciali hanno ribattezzato Land Prey ‘foresta noiosa’.

Fonte:  Salva le Foreste

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Il WWF rivela l’impronta ecologica della carta


Dai nostri amici di salvaleforeste.it ci arriva un importante notizia nell’ambito della sostenibilità ambientale.
Il WWF lancia uno strumento per misurare l’impatto ambientale delle cartiere in tutto il mondo. Il Paper Company Environmental Index misura i più importanti aspetti ambientali, dal’uso di fibre riciclate o di quelle provenienti da foreste gestite responsabilmente, all’uso dell’energia, alle le emissioni di CO2, al consumo di acqua e agli scarichi inquinanti.
A sottoporsi alla valutazione del WWF, condividendo le informazioni sul processo produttivo, cinque grandi produttori mondiali di carta: Domtar (Stati Uniti), M-real, Stora Enso e UPM (Europa) e Mondi Group (Sud Africa).
“Le altre cartiere sono invitate a seguire l’esempio, mostrando ai rispettivi consigli di amministrazione, partner, azionisti, investitori e acquirenti, in cosa si sono impegnati per ridurre la loro impronta ecologica globale – spiega Harri Karjalainen, del WWF – contiamo che questo nuovo strumento sia in grado di promuovere una sana concorrenza  nel settore della carta: chi può mostrare di avere l’impronta più leggera?”
Secondo il WWF, il consumo totale di carta si prevede un aumento dagli attuali 400 milioni di tonnellate a 450-500 milioni di tonnellate da 20.20.  Secondo uno studio del centro di consulenza Pöyry, in caso di uno scenario “medio”, la domanda globale di carta e cartone nel 2020 è stimata attorno ai 472 milioni di tonnellate (si tratta ovviamente di una stima da adattare a secondo del tasso di sviluppo economico e di crescita, prevedendo uno scenario ad alta crescita e uno a bassa crescita, con un aumento o una diminuzione di 25 milioni di tonnellate rispetto allo scenario medio). Questo scenario comporta un’impressionante impatto ambientale, a meno che l’industria cartaria non si dimostri rapida ad adottare pratiche sostenibili. L’aumento del consumo di carta, e di conseguenza del prelievo di legno, minaccia ecosistemi forestali fragili, mentre la produzione di cellulosa è tra le attività ad alta emissione di gas serra, oltre ad avere forti impatti in termini di inquinamento dell’acqua.
Il Paper Company Environmental Index misura l’impatto dell’acquisizione delle fibre  (35% su 100 punti), le emissioni dal processo produttivo come l’inquinamento delle acque e l’emissione di gas serra (35%), e la trasparenza dell’impresa (30%). I criteri si applicano sia alle policy che alla produzione, valutando la distanza fra obiettivi e le prestazioni effettivamente ottenute, e include sia le operazioni dell’impresa che quelle dei fornitori, coprendo tutta la filiera dalla foresta al prodotto finito.
La crescita della produzione di carta e cellulosa è guidata soprattutto dalle economie emergenti, in particolare in Asia. Al tempo stesso, numerosi produttori europei e statunitensi, stanno spostando la propria produzione nell’emisfero meridionale, attirati dai costi di produzione più bassi, ma anche da normative ambientali meno rigorose.  Circa l’80 per cento della cellulosa è di importazione, e il 40 per cento attraversa l’oceano per raggiungere il finale di destinazione.

Via: salvaleforeste.it

Per appronfondire: panda.org

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Taglio illegale di foreste pluviali per farne parquet: il caso Camerun

Taglio illegale delle foreste pluviali in Camerun
La distruzione delle foreste pluviali, che prosegue a ritmi impressionanti, sembra non appassionare più i nostri media e “non fare notizia”. Eppure da questi polmoni verdi, sempre più piccoli, dipende il destino del Pianeta e dei suoi abitanti. Senza foreste pluviali, scarseggiano l’ossigeno e l’umidità, s’innalza la temperatura terrestre, si sciolgono i ghiacciai, avanza il deserto, si provocano disastri ambientali e gravi perdite della biodiversità.
Le foreste pluviali più vicine a noi Europei, e che quindi la cui distruzione maggiormente minaccia la stabilità climatica del nostro continente, sono quelle africane del Gabon, del Congo, del Camerun e dello Zaire Centro-Africa. Queste foreste sono sfruttate senza controllo, e con esse le popolazioni locali. Foreste sradicate, che scompaiono completamente per produrre parquet, mobili e lastre di compensato per le case europee.

Ma concentriamoci un attimo sulle foreste pluviali del Camerun. Forse non tutti sanno che il Camerun è situato al confine tra Africa occidentale e centrale e ha tutto quello che si potrebbe desiderare, infatti, è chiamato “l’Africa in miniatura”. Questa definizione trova riscontro dal fatto che il suo territorio presenta variegate caratteristiche climatiche e paesaggistiche; a sud-ovest è bagnato dall’oceano atlantico e presenta circa 12 km di spiagge bianchissime, rilassanti località balneari. A nord, affioramenti rocciosi, colline terrazzate e piccoli villaggi fiabeschi; il clima secco della savana e l’importante parco nazionale di Wasa, splendido per l’osservazione della fauna selvatica, offrono numerose opportunità di escursioni e safari. A sud il clima è equatoriale e tropicale con lussureggianti foreste pluviali, piantagioni di frutti tropicali e fiori esotici. Grazie alla presenza di diverse popolazioni indigene, circa 250 gruppi etno-linguistici che convivono pacificamente, ognuno con le proprie tradizioni, usanze e piatti tipici, il Camerun è culturalmente uno dei paesi più ricchi ed eterogenei dell’intero continente. A coronare il tutto vi sono una vivace tradizione artistica e musicale, un complesso sistema di antichi regni tribali e la magnifica ospitalità camerunese.
Un vero paradiso terrestre oggetto di continui atti di deforestazione illegale, e che per questo rischia di scomparire per sempre. Tra i responsabili, anche due imprese italiane, il Gruppo SEFAC (Vasto Legno) e il Gruppo FIPCAM (Bruno spa), secondo quanto emerge da una tornata d’ispezioni forestali effettuate tra il maggio e l’ottobre 2009.

L’ente di verifica della legalità del settore forestale in Camerun, il Resource Extraction Monitoring (REM), ha pubblicato la relazione finale del lavoro di monitoraggio, rivelando che la SEFAC (Sociétéd’Exploitations Forestières et Agricoles du Cameroun) avrebbe presentato una dichiarazione fraudolenta dei volumi di legname abbattuto, allo scopo di evitare il relativo pagamento delle tasse. Coinvolti in azioni di taglio illegale nei distretti di Mbam e Inoubou anche le concessioni dell’italiana FIPCAM e della vicina SOFICOM. La FIPCAM (FIP del Camerun), che assieme alla Fip della Costa d’Avorio fa riferimento alla Bruno Pavimenti in Legno, è accusata di furto di alberi a famiglie dei vicini villaggi. Non si tratta di una novità: già nel 2007 Friends of the Earth aveva accusato l’impresa di deforestazione illegale e di furto di alberi dalle foreste della municipalità dei villaggi, accuse poi confermate dall’ente di monotoraggio.
L’Italia, importa annualmente circa 19 milioni di tonnellate di legno e derivati (fonte: rapporto ISPRA) ). Il coinvolgimento d’imprese a capitale italiano nell’illegalità forestale, rilevato negli ultimi due anni dalle associazioni ambientaliste, sottolinea la responsabilità italiana nella deforestazione in Africa.

Fonti e approfondimenti:
http://www.observation-cameroun.info/documents/OI_Rapport_088.pdf

http://www.observation-cameroun.info/documents/OI_Rapport_091.pdf

http://www.salvaleforeste.it

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